Poesia & poemas

2 marzo 2014

POICHE’ TENTAR NON NUOCE

Filed under: Musica,Poesie,Teatro — patriziaercole @ 3:23 pm

Non aspettare che ci sia il sereno
o cada una tiepida pioggia
o l’orchestra dei fiori
incominci a suonare
o i già muti pesci
tacciano ancora di più.

Fa’ che ti basti che cominci il giorno
e che sia fatto chiaro
come pagina bianca
voltata dopo
la nera.

Allora tieni la faccia
più alta che si può
e tenta

poiché tentar non nuoce.

poesia di Roberto Piumini

Canto Patrizia Ercole, musica Andrea Basevi
registrazione “live” dallo spettacolo Nel mucchio di parole
Teatro Politeama di Varese – 15 aprile 2010

4 febbraio 2013

Il cubetto di ghiaccio

Filed under: Poesie,Teatro — patriziaercole @ 9:27 pm

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Il cubetto di ghiaccio è un manufatto
Che reca allegria a chi l’ha nel bicchiere.
E in breve si scioglie inosservato
Ciò che all’inizio fu così ricercato.

Marilyn Monroe  

Foto dallo spettacolo teatrale “Lo sguardo di lei”, regia P. Ercole

29 settembre 2011

La cena è pronta

Filed under: Articoli,Formazione,Teatro — patriziaercole @ 7:42 pm

La madre lo voleva medico (quindi, dopo le medie, doveva fare il Liceo classico). Il padre lo sognava ingegnere (perciò, dopo le medie, avrebbe frequentato il Liceo scientifico). La zia lo sognava cantante (di conseguenza, studente al Conservatorio). La nonna direttamente santo (senza bisogno di beatificazione!).
Vinse la zia.
Studiò canto nel Conservatorio della città. Più progrediva negli studi più i suoi genitori scuotevano le spalle e, sospirando, si chiedevano quale sarebbe stato il futuro di quel figlio canterino mentre “medico”, anche «di famiglia», poteva rappresentare  un futuro più che lodevole. La nonna, invece, non aveva perso le speranza. Si poteva convertire da un momento all’altro. Una “via di Damasco”, da qualche parte, ci doveva pur essere.
Quando comunicò alla famiglia di essersi iscritto al Liceo artistico serale, al padre stava per prendere un infarto: non solo cantante, ma anche artista! Lo volevano morto arrabbiato!
La madre andava ripetendo al suo psicologo: «Dottore, ho un figlio artista! È grave?». La nonna prese a salmodiare rosari di quindici poste con le litanie dei santi. La zia, super contenta, che la sapeva lunga su come stimolare il lato creativo del nipote, gongolava sognando i posti in prima fila al teatro dell’opera.
Per ora cantava nelle piazze come seconda voce (faceva «EAH!» nei ritornelli dei mambo) in una orchestrina di ballo liscio.
Quando i genitori chiesero conto alla zia, costei disse che era assolutamente tutto come previsto. Questa fase l’avevano passata tutti i grandi cantanti e si chiamava precipuamente «gavetta».
«Corbezzoli!»
La grande occasione si presentò quella sera che un professore del Conservatorio telefonò a casa e chiese di lui. Era a fare «EAH!» in una piazza innominata di un paesino di montagna ma la nonna disse al professore che suo nipote era in Inghilterra per un’ audizione.
«Che peccato» fece sapere il professore «stanno cercando un cantante per la prossima Traviata. Quando lo sentite ditegli se è interessato… Sempre se farà in tempo a tornare da Londra».
Quando tornarono i genitori trovarono la nonna col rosario a tracolla che girava per casa come un’ossessa farfugliando «La Tra… La Tra… La Tra…»
«Oddio! Mamma cosa è successo? Stai male?»
«Presto un dottore!»
«Che dottore!» fece la nonna rinsavita «vostro figlio… mio nipote..»
«Nostro figlio? Ma ci vuoi dire cosa è successo, per carità»
«Mio nipote … canterà nella Traviata! »
«Nella Traviata? Ma come? Quando? Chi? »
«L’ho sempre detto io che quel ragazzo aveva stoffa da vendere!» disse la nonna.
«Mamma, per favore … Tu lo volevi far diventare Papa» disse la madre.
«E allora? Tu lo volevi medico» disse la nonna rivolta alla madre «e tu ingegnere!» concluse rivolgendosi al padre.
Nel frattempo giunse la zia: «Vi annuncio che sarò l’agente di mio nipote… almeno per primi tempi».
Da Londra, sotto le mentite spoglie di Motta di Rocca Gelata, lui tornò immediatamente presentandosi puntuale a teatro.
Il parossismo più assoluto si impadronì di tutta la casa.
Dai vestiti da sera per la Première. Alle scarpe, alle sciarpe di seta bianca, ai guanti fino al gomito per le signore, ai gemelli per la camicia del padre.
Tubino inguainante strettissimo e delirante fino all’asfissia per la madre con le forme che scoppiavano da tutte le parti: «Eppure, giuro sono ancora una 46!», urlava, tentando di respirare.
La nonna con cappellino con veletta era perfetta nel suo tailleur nero. Stonava, appena appena, un taglio a stella nella scarpa sinistra lucidata a “smalto notturno” in corrispondenza dell’ennesimo callo.
Il padre si difendeva bene: gemelli d’oro ai polsi, cipollone sul panciotto e sgargiante fazzoletto rosso al taschino (aveva saputo, da qualcuno al bar, che ad un certo punto dell’opera ci sarebbero stati dei toreri. Olé!). Rumore di cuoio delle scarpe e cintura strozza-pancia che assimilava bene il luogo dove fino a quarant’anni prima stavano le maniglie dell’amore ora desolatamente sostituite da un rotolo di pannicolo adiposo.
Solo la zia sapeva il fatto suo. Pantaloni larghi e ti-short comoda come una vera manager del cantante-nipote.
La sera della prima, davanti al teatro, tentarono di individuare il Suo nome nei manifesti e nella locandina. Ma i caratteri diminuivano secondo il nome e l’importanza del ruolo degli interpreti della compagnia di canto. Le diottrie della nonna non ce la fecero a leggere «Domestico di Flora», in corrispondenza del nome del nipote. Ci riuscì la madre, che emise un urlo animale. Per quanti sforzi facesse non riusciva a rammentare quale aria famosa cantasse il servo di Flora nella Traviata di Verdi. Bah!
Eppure la zia aveva detto che la parte era impegnativa e lui l’aveva affrontata con grande coraggio. Era stato presente a tutte le prove. Quelle al pianoforte. Con l’orchestra e con il coro. Col regista e con tutte le masse sul palcoscenico; ed era riuscito tutto a puntino. Certo, per la scena sarebbe stato truccato pesantemente ma lei si sarebbe seduta accanto a loro e glielo avrebbe indicato.
Per tutto il primo atto non se ne fece nulla. Neanche un’acciaccatura! Ma nel secondo atto, finalmente, arrivò il suo turno. Dopo il coro delle Zingarelle e quello dei Matadori si arrivò alla scena del gioco nella quale il tenore fa lo sdegnato e cerca in tutti i modi di irritare lo spasimante del soprano. Vince a carte in maniera sorprendente…

Bravo davver! La sorte è tutta per Alfredo

Del villeggiar la spesa farà il baron già vedo

«State pronti», disse la zia

Seguite pur…

«Eccolo!», sospirò

             La cena è pronta!

«E poi?»
«E poi, basta! Il servo di Flora canta solo questo» chiuse sottovoce.

Francesco Cento  – 2011

http://www.francescocento.it/

30 marzo 2010

Dia Mundial de Teatro – 27 Março, 2009

Filed under: Formazione,Teatro — patriziaercole @ 8:42 am

Augusto Boal

Todas as sociedades humanas são espetaculares no seu cotidiano, e produzem espetáculos em momentos especiais. São espetaculares como forma de organização social, e produzem espetáculos como este que vocês vieram ver.

Mesmo quando inconscientes, as relações humanas são estruturadas em forma teatral: o uso do espaço, a linguagem do corpo, a escolha das palavras e a modulação das vozes, o confronto de idéias e paixões, tudo que fazemos no palco fazemos sempre em nossas vidas: nós somos teatro!

Não só casamentos e funerais são espetáculos, mas também os rituais cotidianos que, por sua familiaridade, não nos chegam à consciência. Não só pompas, mas também o café da manhã e os bons-dias, tímidos namoros e grandes conflitos passionais, uma sessão do Senado ou uma reunião diplomática – tudo é teatro.

Uma das principais funções da nossa arte é tornar conscientes esses espetáculos da vida diária onde os atores são os próprios espectadores, o palco é a platéia e a platéia, palco. Somos todos artistas: fazendo teatro, aprendemos a ver aquilo que nos salta aos olhos, mas que somos incapazes de ver tão habituados estamos apenas a olhar. O que nos é familiar torna-se invisível: fazer teatro, ao contrário, ilumina o palco da nossa vida cotidiana.

Em Setembro do ano passado fomos surpreendidos por uma revelação teatral: nós, que pensávamos viver em um mundo seguro apesar das guerras, genocídios, hecatombes e torturas que aconteciam, sim, mas longe de nós em países distantes e selvagens, nós vivíamos seguros com nosso dinheiro guardado em um banco respeitável ou nas mãos de um honesto corretor da Bolsa – nós fomos informados de que esse dinheiro não existia, era virtual, feia ficção de alguns economistas que não eram ficção, nem eram seguros, nem respeitáveis. Tudo não passava de mau teatro com triste enredo, onde poucos ganhavam muito e muitos perdiam tudo. Políticos dos países ricos fecharam-se em reuniões secretas e de lá saíram com soluções mágicas. Nós, vítimas de suas decisões, continuamos espectadores sentados na última fila das galerias.

Vinte anos atrás, eu dirigi Fedra de Racine, no Rio de Janeiro. O cenário era pobre; no chão, peles de vaca; em volta, bambus. Antes de começar o espetáculo, eu dizia aos meus atores: – “Agora acabou a ficção que fazemos no dia-a-dia. Quando cruzarem esses bambus, lá no palco, nenhum de vocês tem o direito de mentir. Teatro é a Verdade Escondida”.

Vendo o mundo além das aparências, vemos opressores e oprimidos em todas as sociedades, etnias, gêneros, classes e castas, vemos o mundo injusto e cruel. Temos a obrigação de inventar outro mundo porque sabemos que outro mundo é possível. Mas cabe a nós construí-lo com nossas mãos entrando em cena, no palco e na vida.

Assistam ao espetáculo que vai começar; depois, em suas casas com seus amigos, façam suas peças vocês mesmos e vejam o que jamais puderam ver: aquilo que salta aos olhos. Teatro não pode ser apenas um evento – é forma de vida!

Atores somos todos nós, e cidadão não é aquele que vive em sociedade: é aquele que a transforma!

Augusto Boal

10 febbraio 2010

Questo é il mistero..

Filed under: Teatro — patriziaercole @ 10:51 am

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Questo è il mistero: che un essere umano possa pensare e trattare se stesso come materia della sua arte,

possa agire su se stesso come uno strumento col quale deve continuamente identificarsi e dal quale deve nello stesso tempo distinguersi;

possa contemporaneamente essere colui che agisce e il risultato del suo agire, uomo naturale e marionetta.

Jacques Copeau

6 novembre 2009

Delitti esemplari

Filed under: Libri,Teatro — patriziaercole @ 10:42 am

Cominciò a mescolare il caffellatte col cucchiaino. Il liquido arrivava fino all’orlo, sollevato dall’azione violenta dell’utensile di alluminio. Il bicchiere era ordinario, il bar scadente, il cucchiaino opaco, consumato dall’uso. Si udiva il rumore del metallo contro il vetro. Tin, tin, tin, tin. E il caffellatte girava e rigirava, con un gorgo nel mezzo. Un Maelstrom. Io ero seduto di fronte. Il bar era affollato. L’uomo continuava a girare e rigirare, immobile, sorridente, e mi guardava. Qualcosa mi si rivoltava dentro. Lo guardai in modo tale che si sentì in obbligo di giustificarsi:
— Lo zucchero non si è ancora sciolto.
Per dimostrarmelo dette dei colpetti sul fondo del bicchiere. Subito riprese con rinnovata energia a mescolare metodicamente il beveraggio. Gira e rigira, senza fermarsi mai, e il rumore del cucchiaino sul bordo del vetro. Tan, tan, tan. Di seguito, di seguito, senza posa, eternamente. Gira, e gira, e gira, e rigira. Mi guardava sorridendo. Allora estrassi la pistola e sparai.

Max Aub da “Delitti esemplari” ed.Sellerio

Max Aub Poco conosciuto in Italia, Max Aub fu uno dei più creativi e straordinari personaggi del mondo letterario spagnolo del 900. In realtà non era spagnolo e la sua attività si svolse soprattutto in esilio, nel Messico: ma deliberatamente egli scelse di essere scrittore iberico, adottando il castigliano come lingua di creazione. Nato a Parigi nel 1903 da padre tedesco e da madre francese, nel 1914 si trasferisce con la famiglia a Valencia, dove, terminati gli studi, partecipa alla vita letteraria ed artistica della città, dirigendo il Teatro Universitario e il giornale socialista Verdad. Nel 1937 è nominato addetto culturale presso l’Ambasciata spagnola a Parigi: qui, nel 1939, viene arrestato con l’accusa di comunismo e rinchiuso in un campo di concentramento. Dopo tre anni di prigionia, nel 1942 riesce fortunosamente ad evadere e si rifugia in Messico, ove dà inizio ad una intensa attività teatrale, letteraria e cinematografica. Dopo due viaggi nostalgici in Spagna e in Israele, muore a Città del Messico il 23 luglio 1972. La produzione letteraria di Aub fu vastissima e importante: poesia, giornalismo, critica, teatro, cinema, narrativa. Notissimi soprattutto sono i suoi romanzi imperniati sulla guerra civile spagnola, riuniti sotto il titolo Labirinto magico e quelli sulla vita di costume madrileno Le buone intenzioni e La strada di Valverde. Ma accanto alla prosa seria e impegnata, Aub coltivò sempre il genere satirico, umoristico; creò un suo piccolo ed eccentrico mondo di serissima mistificazione, di beffe che poi non lo erano affatto. Non c’è, in questi scritti, nessun moralismo, nessuna chiamata di responsabilità: solo un desiderio puro d’ironia, di divertimento, e una personale, irresistibile forma d’anarchia verso qualsiasi tipo di società. La verità è che Max Aub fu sempre un grande esiliato senza patria, senza nazionalità, anche se spiritualmente volle sentirsi spagnolo. Ma la Spagna ufficiale non poteva certo compiacersi di uno scrittore che, in pieno regime franchista, scriveva un racconto intitolato La vera storia della morte del generale Franco. In un altro libro, Jusep Torres Campalans, egli inventò di sana pianta un geniale pittore cubista spagnolo mai realmente esistito, scrivendone la biografia, l’epistolario con gente famosa, organizzando addirittura una bellissima mostra, tutta falsa, di dipinti e disegni postumi dell’artista. Per due anni la critica ufficiale fu mobilitata, finchè lo stesso autore decise di interrompere, molto malvolentieri, il suo bel gioco e svelare la verità. Nel 1963 simulò addirittura una Antologia di poeti e scrittori stranieri da lui stesso commentati e tradotti in spagnolo. Per suo uso e divertimento personale, Aub fondò, diresse e scrisse un giornale che inviava agli amici per le feste: Il Corriere di Euclide (Euclide era il nome della via dove viveva in Messico), nel quale pubblicava articoli di grande qualità letteraria e finezza tipografica. Tra questi rimase famoso il testo del suo apocrifo discorso d’ingresso alla Real Academia Espanola de la Lengua, con l’aggiunta di una altrettanto apocrifa risposta di Juan Chabàs. Questi scritti sono veri e propri capolavori di ingegno letterario, di profonda e stravagante maestria. Aub fu un autentico, raffinato scrittore d’avanguardia, un serissimo mistificatore che confuse la critica, ma non ingannò mai, divertendoli, i suoi lettori; in Torres Campalans egli stesso si confessa: A me non preme la critica, preme di più la gente, il prossimo. Delitti esemplari che pubblichiamo fanno parte di questo piccolo mondo straordinario di Max Aub. I suoi immaginari assassini rei-confessi hanno in sé una verità visionaria, provocatoria. A negarne l’esistenza o la possibilità ci sono, sempre pronti, il moralismo e la logica; ma un grande scrittore e filosofo spagnolo, Miguel de Unamuno, scrivendo del celebre personaggio di Cervantes, ci avverte: Don Chisciotte… personaggio immaginario, aveva posseduto tutte le verità del mondo…. Un libretto pregevole, che sembra uno scherzo un po’ dissennato, ma proprio uno scherzo non è; oggi più che mai ce ne rendiamo conto. Max Aub, a furia di scherzare, qui ha impugnato la frusta, e giù colpi dove capitava; qualche scudisciata ce la sentiamo sulla pelle. Ed è giusto: altrimenti divertirsi e basta, sarebbe troppo comodo, no?

da “Delitti esemplari” ed.Sellerio, nota di Lucrezia Panunzio Cipriani

23 agosto 2009

Noi siamo fatti della stessa materia dei sogni…

Filed under: Libri,Teatro — patriziaercole @ 8:23 am

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Questi nostri attori erano tutti spiriti
e si sono dissolti nell’aria, nell’aria sottile.
E come l’inconsistente edificio di questa visione
le torri coronate di nuvole,
gli orgogliosi palazzi, i templi solenni
ed il grande globo stesso
come questo spettacolo
si dissolveranno in una nuvoletta di fumo.
Noi siamo fatti della stessa materia dei sogni
e da un sogno è coronata la nostra breve vita.

William Shakespeare da La tempesta

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