Poesia & poemas

21 marzo 2013

Vite di scarto

Filed under: Formazione,Libri — patriziaercole @ 10:41 pm

bauman

Un sociologo della portata di Zygmunt Bauman ci dice che la modernizzazione è la più prolifica e meno controllata linea di produzione di rifiuti e di esseri umani di scarto. La sua diffusione globale ha sprigionato e messo in moto quantità enormi e sempre crescenti di persone private dei loro modi e mezzi di sopravvivenza. I reietti, i rifugiati, gli sfollati, i richiedenti asilo sono i rifiuti della globalizzazione.
È il fondamentale punto di osservazione di uno studioso attento più di ogni altro alle “conseguenze sulle persone” della globalizzazione:
«Un fantasma si aggira fra gli abitanti del mondo liquido-moderno e fra tutte le loro fatiche e creazioni: il fantasma dell’esubero. La modernità liquida è una civiltà dell’eccesso, dell’esubero, dello scarto e dello smaltimento dei rifiuti ».
Infatti, la cultura liquido-moderna rifiuta la memoria e la fatica connessa al suo recupero e alla sua custodia, optando per il disimpegno e la molto più facile dimenticanza; come logico, avendo bisogno di inanellare rapidamente novità e discontinuità. Perché il fondamento della modernità, ricorda Bauman citando Paul Ricoeur, risiede nel desiderio di superarsi e oltrepassare la propria identità, rimettendola continuamente in discussione. Essere moderni significa stare perennemente in movimento; e scartare, giustappunto, i progetti non andati in porto e gli oggetti falliti, abortiti o superati. Nel pianeta “saturato” dal progresso economico, i rifiuti rappresentano l’elemento distintivo della globalizzazione. E poco importa se nel rapidissimo consumo di ogni cosa, vengono gettati altri esseri umani: tutto ciò che ostacola la corsa incessante della crescita economica costituisce un ostacolo da rimuovere obbligatoriamente. Così è per i popoli del Terzo mondo, la riserva di manodopera a basso costo, oltre che la discarica dei rifiuti, delle Fortezze America ed Europa; e così è per i losers, i perdenti “interni” al Primo mondo, poveri o affetti dalle malattie depressive liquide-moderne, come le chiama lo studioso, che dilagano sempre più. Così è per i migranti, i sans papiers, i richiedenti asilo, i rifugiati e i profughi di guerre, catastrofi ecologiche e tragedie umanitarie. Così è per le vittime degli innumerevoli traffici di una criminalità organizzata che mai si è arricchita tanto come nello “spazio dei flussi ”, al punto da condizionare in maniera decisiva l’economia globale, una quota considerevole della quale risulta, per l’appunto, di matrice illecita ed illegale.
È un affresco devastante quello che esce dal “grande vecchio” Zigmunt Bauman. Un quadro lucido e spietato, dal quale diventa sempre più urgente – e sempre più difficile – trovare una via d’uscita, prima di diventare tutti quanti “vite di scarto”.
Per Bauman il modello del libero mercato, modello dominante la società postmoderna biodegradabile è luogo di produzione di rifiuti e di esseri umani di scarto. I rifiuti contemporanei sono persone private dei loro modi e mezzi di sopravvivenza. La modernità, in quanto progettazione delle forme della comunità umana, è luogo di scarti umani, quelli che mal si adattano al modello progettato.

Zygmunt Bauman Vite di scarto, Laterza, Bari 2007. Bauman è uno dei più noti e influenti pensatori al mondo. Professore emerito di Sociologia nelle Università di Leeds e Varsavia.

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29 settembre 2011

La cena è pronta

Filed under: Articoli,Formazione,Teatro — patriziaercole @ 7:42 pm

La madre lo voleva medico (quindi, dopo le medie, doveva fare il Liceo classico). Il padre lo sognava ingegnere (perciò, dopo le medie, avrebbe frequentato il Liceo scientifico). La zia lo sognava cantante (di conseguenza, studente al Conservatorio). La nonna direttamente santo (senza bisogno di beatificazione!).
Vinse la zia.
Studiò canto nel Conservatorio della città. Più progrediva negli studi più i suoi genitori scuotevano le spalle e, sospirando, si chiedevano quale sarebbe stato il futuro di quel figlio canterino mentre “medico”, anche «di famiglia», poteva rappresentare  un futuro più che lodevole. La nonna, invece, non aveva perso le speranza. Si poteva convertire da un momento all’altro. Una “via di Damasco”, da qualche parte, ci doveva pur essere.
Quando comunicò alla famiglia di essersi iscritto al Liceo artistico serale, al padre stava per prendere un infarto: non solo cantante, ma anche artista! Lo volevano morto arrabbiato!
La madre andava ripetendo al suo psicologo: «Dottore, ho un figlio artista! È grave?». La nonna prese a salmodiare rosari di quindici poste con le litanie dei santi. La zia, super contenta, che la sapeva lunga su come stimolare il lato creativo del nipote, gongolava sognando i posti in prima fila al teatro dell’opera.
Per ora cantava nelle piazze come seconda voce (faceva «EAH!» nei ritornelli dei mambo) in una orchestrina di ballo liscio.
Quando i genitori chiesero conto alla zia, costei disse che era assolutamente tutto come previsto. Questa fase l’avevano passata tutti i grandi cantanti e si chiamava precipuamente «gavetta».
«Corbezzoli!»
La grande occasione si presentò quella sera che un professore del Conservatorio telefonò a casa e chiese di lui. Era a fare «EAH!» in una piazza innominata di un paesino di montagna ma la nonna disse al professore che suo nipote era in Inghilterra per un’ audizione.
«Che peccato» fece sapere il professore «stanno cercando un cantante per la prossima Traviata. Quando lo sentite ditegli se è interessato… Sempre se farà in tempo a tornare da Londra».
Quando tornarono i genitori trovarono la nonna col rosario a tracolla che girava per casa come un’ossessa farfugliando «La Tra… La Tra… La Tra…»
«Oddio! Mamma cosa è successo? Stai male?»
«Presto un dottore!»
«Che dottore!» fece la nonna rinsavita «vostro figlio… mio nipote..»
«Nostro figlio? Ma ci vuoi dire cosa è successo, per carità»
«Mio nipote … canterà nella Traviata! »
«Nella Traviata? Ma come? Quando? Chi? »
«L’ho sempre detto io che quel ragazzo aveva stoffa da vendere!» disse la nonna.
«Mamma, per favore … Tu lo volevi far diventare Papa» disse la madre.
«E allora? Tu lo volevi medico» disse la nonna rivolta alla madre «e tu ingegnere!» concluse rivolgendosi al padre.
Nel frattempo giunse la zia: «Vi annuncio che sarò l’agente di mio nipote… almeno per primi tempi».
Da Londra, sotto le mentite spoglie di Motta di Rocca Gelata, lui tornò immediatamente presentandosi puntuale a teatro.
Il parossismo più assoluto si impadronì di tutta la casa.
Dai vestiti da sera per la Première. Alle scarpe, alle sciarpe di seta bianca, ai guanti fino al gomito per le signore, ai gemelli per la camicia del padre.
Tubino inguainante strettissimo e delirante fino all’asfissia per la madre con le forme che scoppiavano da tutte le parti: «Eppure, giuro sono ancora una 46!», urlava, tentando di respirare.
La nonna con cappellino con veletta era perfetta nel suo tailleur nero. Stonava, appena appena, un taglio a stella nella scarpa sinistra lucidata a “smalto notturno” in corrispondenza dell’ennesimo callo.
Il padre si difendeva bene: gemelli d’oro ai polsi, cipollone sul panciotto e sgargiante fazzoletto rosso al taschino (aveva saputo, da qualcuno al bar, che ad un certo punto dell’opera ci sarebbero stati dei toreri. Olé!). Rumore di cuoio delle scarpe e cintura strozza-pancia che assimilava bene il luogo dove fino a quarant’anni prima stavano le maniglie dell’amore ora desolatamente sostituite da un rotolo di pannicolo adiposo.
Solo la zia sapeva il fatto suo. Pantaloni larghi e ti-short comoda come una vera manager del cantante-nipote.
La sera della prima, davanti al teatro, tentarono di individuare il Suo nome nei manifesti e nella locandina. Ma i caratteri diminuivano secondo il nome e l’importanza del ruolo degli interpreti della compagnia di canto. Le diottrie della nonna non ce la fecero a leggere «Domestico di Flora», in corrispondenza del nome del nipote. Ci riuscì la madre, che emise un urlo animale. Per quanti sforzi facesse non riusciva a rammentare quale aria famosa cantasse il servo di Flora nella Traviata di Verdi. Bah!
Eppure la zia aveva detto che la parte era impegnativa e lui l’aveva affrontata con grande coraggio. Era stato presente a tutte le prove. Quelle al pianoforte. Con l’orchestra e con il coro. Col regista e con tutte le masse sul palcoscenico; ed era riuscito tutto a puntino. Certo, per la scena sarebbe stato truccato pesantemente ma lei si sarebbe seduta accanto a loro e glielo avrebbe indicato.
Per tutto il primo atto non se ne fece nulla. Neanche un’acciaccatura! Ma nel secondo atto, finalmente, arrivò il suo turno. Dopo il coro delle Zingarelle e quello dei Matadori si arrivò alla scena del gioco nella quale il tenore fa lo sdegnato e cerca in tutti i modi di irritare lo spasimante del soprano. Vince a carte in maniera sorprendente…

Bravo davver! La sorte è tutta per Alfredo

Del villeggiar la spesa farà il baron già vedo

«State pronti», disse la zia

Seguite pur…

«Eccolo!», sospirò

             La cena è pronta!

«E poi?»
«E poi, basta! Il servo di Flora canta solo questo» chiuse sottovoce.

Francesco Cento  – 2011

http://www.francescocento.it/

9 settembre 2010

Ciascuno cresce solo se sognato

Filed under: Formazione,Poesie — patriziaercole @ 1:47 pm

C’è chi insegna
guidando gli altri come cavalli
passo per passo:
forse c’è chi si sente soddisfatto
così guidato.

C’è chi insegna lodando
quanto trova di buono e divertendo:
c’è pure chi si sente soddisfatto
essendo incoraggiato.

C’è pure chi educa, senza nascondere
l’assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni
sviluppo ma cercando
d’essere franco all’altro come a sé,
sognando gli altri come ora non sono:
ciascuno cresce solo se sognato.

Danilo Dolci

Danilo Dolci, una vita per la non-violenza Poeta, pedagogista e animatore di iniziative di pace, ha dedicato la sua vita a combattere quello che definiva “il virus del dominio”.

26 agosto 2010

Ingratidão

Filed under: Formazione — patriziaercole @ 10:18 am

Ingratidão é uma forma de fraqueza. Jamais conheci homem de valor que fosse ingrato.

Johann Goethe

18 luglio 2010

Paraíso

Filed under: Formazione — patriziaercole @ 7:07 pm

Se, no teu centro
um Paraíso não puderes encontrar,
não existe chance alguma de, algum dia,
nele entrar.

Angelus Silésius

2 luglio 2010

História de uma criança sem terra

Filed under: Formazione,Poesie — patriziaercole @ 4:20 pm

Era uma casa muito engraçada
Era de lona e não de tábua
Esta casinha chama barraco
Quem mora nela é quem não tem terra.
Quem tem uma casa no assentamento
Morou primeiro no acampamento
Hoje tem horta pro seu sustento
Porque produz o seu alimento.

Eu sou criança e quero escola
Nela aprender e brincar de bola
Sou Sem Terrinha já sei lutar
Quero o direito de estudar.

Na minha escola vou aprender
A contar as histórias do meu povo
Semear as sementes do amanhã
E também colher.

Eu sou colona , eu sou criança
Tenho orgulho e esperança
Que todo mundo tenha saúde
Cuide da vida e da natureza
Cuidar da vida e cuidar da terra
Porque a terra é nossa riqueza…

Rosane de Souza, MST, 14 anos, sétime série – 1999

A criança se muda dos acampamentos. Agora nos assentamentos, ela desenvolve um senso de dignidade e o conhecimento da luta pelos seus direitos. A luta contra a fome e a pobreza.

23 giugno 2010

A difícil arte de ser feliz

Filed under: Formazione,Libri — patriziaercole @ 7:40 pm

Você me pede que eu fale sobre a difícil arte de ser feliz. Digo primeiro que não é possível ser feliz. Felicidade é coisa muito grande. O máximo que os deuses nos concedem são momentos de alegria que, segundo Guimarães Rosa, acontecem em “raros momentos de distração”.
Ás vezes a gente fica infeliz por causa de coisas tristes: perde-se o emprego, uma pessoa querida morre… Quando coisas assim acontecem, o certo é ficar triste. Quem continuar alegre em meio a situações de dor é doente. Alegria nem sempre é marca de saúde mental. Há uma alegria que é marca de loucura.
Mas às vezes a nossa infelicidade se deve à nossa estupidez e cegueira. Cegueira: isso mesmo. Olho bom que não vê. Jesus diz que os olhos são a lâmpada do corpo. Quando a lâmpada espalha luz, o mundo fica colorido. Quando a lâmpada espalha escuridão, o mundo fica tenebroso.
Você diz que é infeliz porque tem medo do futuro. Eu também tenho. A Adélia Prado tem um verso em que diz que o Paraíso vai ser igualzinho a esta vida, tudo do mesmo jeito, com uma única diferença: a gente não vai mais ter medo. Imagine que o presente é uma maçã madura, vermelha, perfumada, deliciosa. Você se prepara para comê-la, mas, de repente, percebe que dentro dela há um verme. O nome dele é medo. De onde ele vem? Do futuro. Estranho isso: o futuro ainda não aconteceu. Ele não existe. Como é que um verme pode nascer do que não existe? Não existe do lado de fora. Existe do lado de dentro. Dentro da imaginação o futuro existe. O verme nasce da alma. Para a alma, aquilo que é imaginado existe. Como diz Guimarães Rosa: “Tudo é real porque tudo é inventado”. A alma é o lugar onde o que não existe, existe. Nossa imaginação perturbada enche o futuro de coisas terríveis que assombram o presente. Pode ser até que essas coisas terríveis venham a acontecer. Por isso eu também tenho medo. Mas o certo é viver a sua dor no momento em que ela vier, e não agora, quando ela não existe.
Jesus diz que sabedoria é viver apenas o dia presente. “Por que andais ansiosos pelo dia do amanhã? Olhai os lírios dos campos… Olhai as aves dos céus… Qual de vós, com sua ansiedade, será capaz de alterar o curso da vida?” Os lírios do campo serão cortados e morrerão. Também as aves do céu: o momento da sua morte vai chegar. Mas os lírios e as aves não vivem no futuro; vivem no presente. O fato é que aves e lírios vão morrer, mas não sabem que vão morrer. Nós vamos morrer e sabemos que vamos morrer. Em nosso futuro mora um grande medo. É desse grande medo que vem o verme…
Estória Zen: Um homem caminhava por uma floresta. Anoitecia. Escuro. De repente, o rugido de um leão. O homem teve muito medo. Correu. No escuro não viu por onde ia. Caiu num precipício. No terror da queda agarrou-se a um galho que se projetava sobre o abismo. E assim ficou pendurado entre o leão e o vazio. De repente, olhando para a parede do precipício, viu uma plantinha e, nela, uma fruta vermelha. Era um morango. Ele estendeu o seu braço, colheu o morango e o comeu. Estava delicioso… Aqui termina a estória. E preciso ter olhos novos. Olhos que vejam os morangos à beira do abismo… Carpe Diem!


Rubem Alves, no livro Coisas do amor, Paulus editora, p. 7.

12 giugno 2010

Ancora dalla parte delle bambine

Filed under: Formazione,Libri — patriziaercole @ 7:38 am

“Cosa si nasconde dietro le Winx, le fatine maggiorate che spopolano tra le bambine italiane? E dietro serie televisive di successo come Elisa di Rivombrosa o la più raffinata Sex and the City? La solita vecchia storia: che il corpo è l’unica vera risorsa di una donna, che il suo obiettivo esistenziale è sempre la conquista del maschio e che per raggiungerlo deve far leva sulla bellezza e sulle sue qualità ‘naturali’, come la dolcezza, la remissività e l’istinto materno […] Attraverso un’analisi dettagliata dei messaggi trasmessi dai mezzi d’informazione, dalla pubblicità, dai cartoni animati, dai giochi e dalla scuola, la giornalista Loredana Lipperini ripercorre l’inesorabile apprendistato al secondo sesso compiuto ancora oggi dalle bambine. Una lettura illuminante.” (Internazionale, novembre 2007)

“Si ricomincia con la massima disinvoltura, come se non fosse mai stato detto niente in proposito, a ridurre l’individuo di sesso femminile a un assemblaggio di pezzi di carne privo di umanità, intelligenza, razionalità, dignità, volontà, consentendogli l’unico obiettivo di piacere all’uomo e di conquistarsi con ogni mezzo il principe azzurro, ribadendo una dipendenza psicologica e affettiva dal maschile che cancella ogni altro progetto di vita e conduce a un insensato sperpero di se stesse.” (Elena Gianini Bellotti, dall’Introduzione del libro)

In breve – Quali sono i modelli delle “nuove” bambine? Che cosa sognano di essere? Madri? Ballerine? Estetiste? Mogli di calciatori? Quanto è cambiato il mondo delle immagini in cui le bambine diventano donne? Dai fumetti alla tv, dalla scuola a internet, Lipperini insegue i miti, i conflitti, i sogni, le miserie, l’ansia di riscatto che abitano nel giovanissimo immaginario femminile.

Il libro – Le eroine dei fumetti le invitano a essere belle. Le loro riviste propongono test sentimentali e consigli su come truccarsi. Nei loro libri scolastici, le mamme continuano ad accudire la casa per padri e fratelli. La pubblicità le dipinge come piccole cuoche. La moda le vuole in minigonna e tanga. Le loro bambole sono sexy e rispecchiano (o inducono) i loro sogni: diventare ballerine, estetiste, infermiere, madri. Questo è il mondo delle nuove bambine.
Negli anni settanta, Elena Gianini Belotti raccontò come l’educazione sociale e culturale all’inferiorità femminile si compisse nel giro di pochi anni, dalla nascita all’ingresso nella vita scolastica. Le cose non sono cambiate, anche se le apparenze sembrano andare nella direzione contraria. Nessuno, è vero, impone più il grembiulino rosa alle bambine dell’asilo, ma in tutti i toni del rosa è dipinto il mondo di Barbie e delle sue molte sorelle. Libri, film e cartoni propongono, certo, più personaggi femminili di un tempo: ma confinandoli nell’antico stereotipo della fata e della strega. Ancora: l’immaginario recente tende a fotografare una scuola divisa in bulli e brave alunne, ma è proprio nel (presunto) rispetto delle regole che si fonda, da sempre, la creazione di un piccolo branco femminile che, crescendo, tramanderà a sua volta frustrazione, sudditanza, impotenza, rancore alle proprie figlie.
Del resto, basta gettare uno sguardo al mondo adulto: al mondo occidentale, per essere esatti, dove è in atto quella che non sembri esagerato chiamare una guerra contro le donne, con relativi morti e feriti. Viceversa, la rappresentazione e la narrazione del femminile dipingono un panorama ancora una volta rosa: dove le donne sarebbero potenti come gli uomini perché in grado di licenziare un subordinato, o di consumare sesso, con lo stesso cinismo.
Sembra legittimo chiedersi cosa sia accaduto negli ultimi trent’anni, e come mai coloro che volevano tutto (il sapere, la maternità, l’uguaglianza, la gratificazione) si siano accontentate delle briciole apparentemente più appetitose. E bisogna cominciare con l’interrogarsi sulle bambine: perché è ancora una volta negli anni dell’infanzia che le donne vengono indotte a consegnarsi a una docilità oggi travestita da rampantismo, a una certezza di subordine che persiste, e trova forme nuove persino in territori dove l’identità è fluida, e fluidissimi dovrebbero essere i generi, come il web.
Per dirla con Pink, la popstar che nel video Stupid girls denunciava tempi cupi per il femminismo, bisogna dunque capire come sia possibile che le ragazze che volevano diventare presidenti degli Stati Uniti abbiano partorito figlie che sognano di sculettare seminude al fianco di un rapper. E per farlo, occorre tornare negli stessi luoghi dove le bambine compiono ancora oggi il loro apprendistato al secondo sesso: la famiglia, la scuola, il mondo dei media, l’immaginario dei libri e dei cartoni.

Ancora dalla parte delle bambine di Loredana Lipperini, edizione Feltrinelli (collana Serie bianca) – Visita anche http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/

17 maggio 2010

Mafalda Umanità

Filed under: Formazione,Fumetti — patriziaercole @ 9:04 pm

9 maggio 2010

Erótica é a alma

Filed under: Cibercultura,Formazione,Libri,Poesie — patriziaercole @ 8:37 pm

Amamos uma pessoa pela poesia que vemos escrita no seu corpo. Bem diza a Adélia Prado que “erótica é a alma”. Estranho isso, porque se pensa que o amor mora é no corpo e até se dá o nome de “fazer amor” à união de dois corpos. Mas o corpo é como a flauta, o órgão, o violão, o violino – coisa que só fica bonita quando dele sai música. Amamos um corpo pela música que nos faz ouvir. Conheço muito piano fechado, desafinado, importado, que ninguém sabe tocar, mas que dá um toque de elegância ao ambiente. Quem tem um piano deve ser sensível. E, no entanto, não se sabe distinguir um acorde maior de um menor.

Rubem Alves – Visite http://www.rubemalves.com.br/tenisfrescobol.ht

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