Poesia & poemas

29 settembre 2011

La cena è pronta

Filed under: Articoli,Formazione,Teatro — patriziaercole @ 7:42 pm

La madre lo voleva medico (quindi, dopo le medie, doveva fare il Liceo classico). Il padre lo sognava ingegnere (perciò, dopo le medie, avrebbe frequentato il Liceo scientifico). La zia lo sognava cantante (di conseguenza, studente al Conservatorio). La nonna direttamente santo (senza bisogno di beatificazione!).
Vinse la zia.
Studiò canto nel Conservatorio della città. Più progrediva negli studi più i suoi genitori scuotevano le spalle e, sospirando, si chiedevano quale sarebbe stato il futuro di quel figlio canterino mentre “medico”, anche «di famiglia», poteva rappresentare  un futuro più che lodevole. La nonna, invece, non aveva perso le speranza. Si poteva convertire da un momento all’altro. Una “via di Damasco”, da qualche parte, ci doveva pur essere.
Quando comunicò alla famiglia di essersi iscritto al Liceo artistico serale, al padre stava per prendere un infarto: non solo cantante, ma anche artista! Lo volevano morto arrabbiato!
La madre andava ripetendo al suo psicologo: «Dottore, ho un figlio artista! È grave?». La nonna prese a salmodiare rosari di quindici poste con le litanie dei santi. La zia, super contenta, che la sapeva lunga su come stimolare il lato creativo del nipote, gongolava sognando i posti in prima fila al teatro dell’opera.
Per ora cantava nelle piazze come seconda voce (faceva «EAH!» nei ritornelli dei mambo) in una orchestrina di ballo liscio.
Quando i genitori chiesero conto alla zia, costei disse che era assolutamente tutto come previsto. Questa fase l’avevano passata tutti i grandi cantanti e si chiamava precipuamente «gavetta».
«Corbezzoli!»
La grande occasione si presentò quella sera che un professore del Conservatorio telefonò a casa e chiese di lui. Era a fare «EAH!» in una piazza innominata di un paesino di montagna ma la nonna disse al professore che suo nipote era in Inghilterra per un’ audizione.
«Che peccato» fece sapere il professore «stanno cercando un cantante per la prossima Traviata. Quando lo sentite ditegli se è interessato… Sempre se farà in tempo a tornare da Londra».
Quando tornarono i genitori trovarono la nonna col rosario a tracolla che girava per casa come un’ossessa farfugliando «La Tra… La Tra… La Tra…»
«Oddio! Mamma cosa è successo? Stai male?»
«Presto un dottore!»
«Che dottore!» fece la nonna rinsavita «vostro figlio… mio nipote..»
«Nostro figlio? Ma ci vuoi dire cosa è successo, per carità»
«Mio nipote … canterà nella Traviata! »
«Nella Traviata? Ma come? Quando? Chi? »
«L’ho sempre detto io che quel ragazzo aveva stoffa da vendere!» disse la nonna.
«Mamma, per favore … Tu lo volevi far diventare Papa» disse la madre.
«E allora? Tu lo volevi medico» disse la nonna rivolta alla madre «e tu ingegnere!» concluse rivolgendosi al padre.
Nel frattempo giunse la zia: «Vi annuncio che sarò l’agente di mio nipote… almeno per primi tempi».
Da Londra, sotto le mentite spoglie di Motta di Rocca Gelata, lui tornò immediatamente presentandosi puntuale a teatro.
Il parossismo più assoluto si impadronì di tutta la casa.
Dai vestiti da sera per la Première. Alle scarpe, alle sciarpe di seta bianca, ai guanti fino al gomito per le signore, ai gemelli per la camicia del padre.
Tubino inguainante strettissimo e delirante fino all’asfissia per la madre con le forme che scoppiavano da tutte le parti: «Eppure, giuro sono ancora una 46!», urlava, tentando di respirare.
La nonna con cappellino con veletta era perfetta nel suo tailleur nero. Stonava, appena appena, un taglio a stella nella scarpa sinistra lucidata a “smalto notturno” in corrispondenza dell’ennesimo callo.
Il padre si difendeva bene: gemelli d’oro ai polsi, cipollone sul panciotto e sgargiante fazzoletto rosso al taschino (aveva saputo, da qualcuno al bar, che ad un certo punto dell’opera ci sarebbero stati dei toreri. Olé!). Rumore di cuoio delle scarpe e cintura strozza-pancia che assimilava bene il luogo dove fino a quarant’anni prima stavano le maniglie dell’amore ora desolatamente sostituite da un rotolo di pannicolo adiposo.
Solo la zia sapeva il fatto suo. Pantaloni larghi e ti-short comoda come una vera manager del cantante-nipote.
La sera della prima, davanti al teatro, tentarono di individuare il Suo nome nei manifesti e nella locandina. Ma i caratteri diminuivano secondo il nome e l’importanza del ruolo degli interpreti della compagnia di canto. Le diottrie della nonna non ce la fecero a leggere «Domestico di Flora», in corrispondenza del nome del nipote. Ci riuscì la madre, che emise un urlo animale. Per quanti sforzi facesse non riusciva a rammentare quale aria famosa cantasse il servo di Flora nella Traviata di Verdi. Bah!
Eppure la zia aveva detto che la parte era impegnativa e lui l’aveva affrontata con grande coraggio. Era stato presente a tutte le prove. Quelle al pianoforte. Con l’orchestra e con il coro. Col regista e con tutte le masse sul palcoscenico; ed era riuscito tutto a puntino. Certo, per la scena sarebbe stato truccato pesantemente ma lei si sarebbe seduta accanto a loro e glielo avrebbe indicato.
Per tutto il primo atto non se ne fece nulla. Neanche un’acciaccatura! Ma nel secondo atto, finalmente, arrivò il suo turno. Dopo il coro delle Zingarelle e quello dei Matadori si arrivò alla scena del gioco nella quale il tenore fa lo sdegnato e cerca in tutti i modi di irritare lo spasimante del soprano. Vince a carte in maniera sorprendente…

Bravo davver! La sorte è tutta per Alfredo

Del villeggiar la spesa farà il baron già vedo

«State pronti», disse la zia

Seguite pur…

«Eccolo!», sospirò

             La cena è pronta!

«E poi?»
«E poi, basta! Il servo di Flora canta solo questo» chiuse sottovoce.

Francesco Cento  – 2011

http://www.francescocento.it/

26 dicembre 2008

Natal por Rubem Alves

Filed under: Articoli — patriziaercole @ 8:36 pm

Natal me deixa triste. Porque, por mais que o procure, não o encontro. Natal é uma celebração. As celebrações acontecem para trazer do esquecimento uma coisa querida que aconteceu no passado. A celebração deve ser semelhante à coisa celebrada. Não posso celebrar a vida de Gandhi com um churrasco. Ele era vegetariano, amava os animais. Uma celebração de Gandhi teria de ser feita com verduras, água, leite e um falar baixo. Mais a leitura de alguns textos que ele deixou escritos. Assim Gandhi se tornaria um dos hóspedes da celebração. Agora, um visitante de outro planeta que nada soubesse das nossas tradições, se ele comparecesse às festas de Natal, sem que nenhuma explicação lhe fosse dada, ele concluiria que o objeto da celebração deveria ser um glutão, amante das carnes, bebidas, do estômago cheio, das conversas em voz alta, do desperdício. Nossas celebrações de Natal são como as cascas de cigarra agarradas às árvores. Cascas vazias, das quais a vida se foi. Se perguntar às crianças o que é que está sendo celebrado, eles não saberão o que dizer. Dirão que o Natal é dia do Papai Noel, um velho barrigudo de barbas brancas amante do desperdício, que enche os ricos de presentes e deixa os pobres sem nada. (…) Pois é certo que as celebrações do Natal são orgias de ricos, celebrações do desperdício e lixo. Celebrações do lixo? Aquelas pilhas de papel de presente colorido em que vieram embrulhados os presentes, não são elas essenciais às celebrações? Rasgados, amassados, embolados num canto. Irão para o lixo. Quantas árvores tiveram de ser cortadas para que aqueles papéis fossem feitos. Para quê? Para nada. A indiferença com que tratamos o papel de presentes é uma manifestação da indiferança com que tratamos a nossa Terra.
Estou convidando meus amigos para uma celebração de Natal. Ela deverá imitar a ceia que José e Maria tiveram naquela noite: velas acesas, um pedaço de pão velho, vinho, um pedaço de queijo, algumas frutas secas. À volta de um prato de sopa de fubá – comida de pobre –, tentaremos reconstruir na imaginação aquela cena mansa na estrebaria, um nenezinho deitado numa manjedoura, uma estrela estranha nos céus, os campos iluminados pelos vaga-lumes. E ouviremos as velhas canções de Natal, e leremos poemas, e rezaremos em silêncio. Rezaremos pela nossa Terra, que está sendo destruída pelo mesmo espírito que preside nossas orgias natalinas.

texto escrito por Rubem Alves, como parte de sua coluna na revista “Bons Fluidos”, de dezembro de 2008.

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